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Il Comitato Civico diocesano di Gorizia nel 1948
L’articolo è stato tratto dalla rivista Borc San Roc n.33 (2021) edita dal Centro per la conservazione e la valorizzazione delle tradizioni popolari Borgo San Rocco ~ Gorizia ODV, che si ringrazia per la gentile concessione

di Luca Olivo

Al momento in cui il presente articolo va in stampa si stanno concludendo i lavori di riordinamento ed inventariazione dell’Archivio Storico dell’Azione Cattolica goriziana. La raccolta si presenta molto corposa e di notevole interesse storico in quanto il suo arco cronologico si dipana dal 1922, anno di fondazione, al 2000. L’archivio consente vari percorsi di ricerca su tutti i settori dell’associazione e un’ampia panoramica sulla sua evoluzione storica. Una quindicina di anni fa gli studi erano iniziati con la tesi di laurea di Cristiano Meneghel dal titolo L’Azione Cattolica nel secondo dopoguerra. Il caso di Gorizia (1). Quest’anno invece le ricerche sono state proseguite con uno studio sulle protagoniste femminili dell’Azione Cattolica, studio culminato nel volume a cura di Maria Serena Novelli, Il volto femminile dell’Azione Cattolica nella diocesi di Gorizia nei suoi primi cento anni.

Questo articolo intende invece proporre un primo sguardo su quella che è stata la realtà del Comitato Civico diocesano formatosi nel febbraio del 1948 alla vigilia delle delicatissime elezioni politiche di quell’anno (2). Questo articolo va ad integrare i due precedenti, apparsi sempre su Borc San Roc nel 2018 e 2019, dedicati alle consultazioni politiche ed amministrative nella provincia di Gorizia ed all’impegno dei cattolici entro l’agone politico. I precedenti scritti si incentravano sulle scelte e sull’azione della Democrazia Cristiana mentre l’odierno prende in esame materiale in gran parte inedito sulla realtà che diede un contributo fondamentale alle vittorie democristiane alle urne.

Prima di scendere nel particolare caso goriziano vanno spese alcune parole introduttive.

Nell'imminenza delle elezioni politiche del 18 aprile 1948 Luigi Gedda, presidente centrale dell'Unione Uomini Cattolici, con l'intento di assicurare la vittoria allo schieramento cattolico, formò il Comitato Civico nazionale. Gedda riuscì a far valere la propria linea d'azione in politica, nonostante alcune riserve manifestate nei primi mesi del l’anno dai vertici stessi dell'Azione Cattolica, riuscendo ad ottenere l'appoggio di papa Pio XII. Il pontefice, stando ad un’intervista concessa dallo stesso Gedda a Giulio Andreotti nel 1998 per la rivista «30 Giorni», dimostrò non solo incoraggiamento ma diede «preciso incarico di mobilitare tutti i cattolici in grado di esercitare questo diritto (di voto)» nel contempo dando a Gedda «piena libertà nell'organizzazione» (3). Tuttavia non si doveva violare lo statuto del 1946, dettato dallo stesso Pio XII, che escludeva un coinvolgimento diretto ed esplicito dell'Azione Cattolica nella tenzone politica. Dunque la denominazione del nuovo ente come «Comitato Civico nazionale» rispettava formalmente il divieto, anche se il Comitato stesso si serviva dell'appoggio di tutte le forze cattoliche organizzate, in primis proprio dell’Azione Cattolica. In più veniva sottolineata la formale estraneità alla stessa Democrazia Cristiana, invero reale beneficiaria dell'iniziativa escogitata da Gedda. Questi previde da subito una complessa articolazione del Comitato nazionale suddividendolo in ramificazioni regionali, zonali, diocesane e giù giù fino ai singoli Comitati a livello parrocchiale. Privi di un'organizzazione strutturata di base i Comitati di livello intermedio erano composti da quadri, attentamente selezionati tramite un'apposita scuola nazionale. I Comitati si servivano di tutti i più moderni mezzi di comunicazione e delle più avanzate tecniche di propaganda. Il loro scopo era la preparazione e la sollecitazione verso tutti i cattolici, ed anche verso i laici, affinché compissero i loro doveri civici, appunto, e li compissero bene, con spirito cristiano, al momento del voto. Un voto da spendere secondo coscienza in modo da far prevalere, in ogni caso, gli schieramenti politici che garantissero in modo sicuro i fondamenti morali della famiglia e dello Stato ed i diritti della Chiesa. In tal senso si era più volte espresso, in maniera esplicita, lo stesso papa Pio XII. La Presidenza Generale dell'Azione Cattolica si uniformò subito alle direttive pontificie attribuendo ai Comitati civici la natura di associazione strettamente al di fuori delle logiche partitiche (4).

Tornando alla realtà goriziana all’inizio del 1948 il fermento e l’attesa, dopo solo tre mesi dal ritorno all’Italia sanzionato dal Trattato di Pace del 1947, per le elezioni politiche fissate al 18 aprile erano notevoli, a volte ricche di tensioni. D’altronde la posta in gioco era alta, cioè scegliere tra la via democratica, sulla quale la DC e i suoi alleati erano fermamente intenzionati a proseguire, e l’avvento di un sistema totalitario con imprevedibili strascichi a livello internazionale. Il compito di guidare il partito in un frangente così vitale toccava al suo segretario provinciale Angelo Culot che doveva innanzitutto rinserrare i ranghi interni e cercare all’esterno ogni forma possibile di appoggio dal mondo cattolico. Vi fu allora una serie di incontri tra i responsabili della Giunta diocesana dell’Azione Cattolica, presieduta da Camillo Medeot, ed alcuni rappresentanti della Democrazia Cristiana proprio per definire la formazione uno schieramento compatto dei cattolici in contrapposizione alle forze delle sinistre riunite nel Fronte Democratico Popolare (formato dal Partito Comunista Italiano alleato al Partito Socialista). Pesava comunque il divieto all’Azione Cattolica di impegnarsi direttamente ed ufficialmente. Gli abboccamenti diedero così un esito piuttosto confuso e imprecisato (5).

Nel frattempo però la gerarchia guidata dall’arcivescovo mons. Carlo Margotti (6) condivideva le gravi preoccupazioni di papa Pio XII in caso di vittoria dello schieramento rosso, preoccupazioni aggravate nel Goriziano dalla presenza di un confine appena disegnato. L’ispirazione venne da fuori, dall’arcidiocesi di Udine. Qui infatti il coltissimo ed energico mons. Guglielmo Biasutti (7) contribuiva a ricostruire la vita religiosa dopo i disastri della guerra appena conclusa, principalmente con l’ideazione e lo svolgimento della Crociata della Madonna Missionaria (8). Mons. Biasutti aveva inoltre organizzato in Friuli il Comitato Elettorale Cattolico con lo scopo di mobilitare l'elettorato cattolico, appunto, e possibilmente di allargarlo, in occasione del referendum istituzionale e delle elezioni per l'assemblea costituente del 1946 (9). Dunque il sacerdote si presentava come uomo di provata esperienza, un vero e proprio punto di riferimento. Mons. Biasutti incontrò così il clero goriziano in più occasioni, ovviamente con l’avvallo dell’arcivescovo. Il primo incontro fu rivolto ai decani. Mons. Biasutti propose innanzitutto un rilancio della vita spirituale a livello diocesano e parrocchiale anche nella diocesi goriziana proprio con iniziative come la Settimana della Croce, i Venerdì Santi, la Madonna Missionaria. Passando al punto di vista operativo il territorio della diocesi doveva essere suddiviso in zone comprendenti un certo numero di parrocchie ed ognuna di esse doveva essere suddivisa in settori e nuclei cosicché da impiantare un sistema che sarebbe potuto servire in futuro per un capillare lavoro di propaganda. In due riunioni successive dedicate ai sacerdoti capizona ed ai singoli parroci mons. Biasutti spiegò nel dettaglio i compiti di ciascuno (fig.1) (10). Nel giro di qualche settimana comunque laici ed ecclesiastici goriziani riuscirono ad addivenire ad un comune punto d’incontro, proprio accogliendo l’appello di Luigi Gedda del 5 febbraio risolvendo le reciproche incomprensioni e così trovando uno strumento con cui mettersi al lavoro in maniera coordinata e comune. Peraltro l’accordo doveva essere trovato anche perché ogni ulteriore discussione avrebbe fatto perdere tempo prezioso per iniziare ed organizzare il lavoro così come Gedda intendeva fare a livello nazionale. Non fu perso nemmeno un giorno. Infatti in una data compresa, allo stato delle carte non è possibile essere più precisi, tra il 5 ed il 15 febbraio il Comitato Civico diocesano risultava già costituito, promosso dalla Giunta diocesana e dalla presidenza dell’Azione Cattolica e ricevuto il placet dell’arcivescovo mons. Margotti. Questi nominò alla presidenza mons. Giusto Soranzo; segretario, parimenti di nomina arcivescovile, fu don Angelo Persig (11). Come «aiuti nel lavoro d’ufficio» furono individuati Enrico D’Osvaldo e Carlo Sartori; un ruolo di primo piano era stato assegnato anche a Franco Gallarotti, in diretto contatto con il Comitato Civico nazionale. A far parte del Comitato furono chiamati anche rappresentanti delle Opere Cattoliche attive in arcidiocesi, uno per ognuna di esse. Il Comitato diocesano avrebbe eletto al suo interno un comitato esecutivo di pochi membri cui spettava la direzione delle attività. La sede era stata fissata in Corso Roosevelt n. 28 (12). Il fatto che un ecclesiastico presiedesse un Comitato Civico diocesano non era stato contemplato nelle direttive di Gedda che vedeva questa carica appannaggio di un laico (13), tuttavia si seguì anche in questo caso l’esempio udinese essendo mons. Guglielmo Biasutti stato appunto nominato presidente del locale Comitato. Da ricordare comunque, stando alle carte, che de facto il Comitato goriziano era guidato da Franco Gallarotti; questi si vide conferire ufficialmente la carica con decreto arcivescovile però soltanto il 19 novembre. Da aggiungere che verso la fine dell’estate di quell’anno le funzioni di presidente furono svolte anche dall’avvocato Renato Pirolo. Una volta definiti i vertici del Comitato diocesano si formarono in brevissimo tempo le diramazioni periferiche: i Comitati Civici Locali, ognuno agganciato ad una parrocchia. A Gorizia erano operativi i Comitati Civici nelle seguenti parrocchie, fra parentesi i presidenti: Duomo (don Angelo Persig), Sant’Ignazio (Tullio Campestrini), San Rocco (Giovanni Verbi), Sacro Cuore (Gino Cocianni), Santi Vito e Modesto – Piazzutta (Alma Celdini) (14),Lucinico (Giuseppe Furlan). La struttura di ogni Comitato Civico Locale era modellata su quella del Comitato diocesano con l’inclusione di membri della Giunta parrocchiale di Azione Cattolica e rappresentanti delle altre realtà di matrice cattolica. Comunque un ruolo di primo piano era rivestito dal parroco (o da un altro sacerdote delegato) che ne era spesso il presidente. Dava la propria fondamentale collaborazione un ristretto gruppo di laici che assieme al parroco concordavano la migliore strategia da adottare entro il territorio di loro competenza. Affiancavano il Comitato locale anche numerosi iscritti provenienti soprattutto dalla Gioventù maschile e femminile diocesane con il compito di diffondere la stampa cattolica, contattare i potenziali elettori, distribuire volantini (fig.2). Era dunque chiara la volontà sia a livello nazionale che diocesano di includere e mobilitare nei costituendi Comitati tutte le forze appartenenti al mondo cattolico in qualsivoglia organizzazione militassero. Queste avrebbero poi fornito i quadri dirigenziali (selezionati tra gli elementi più affidabili e zelanti), i propagandisti, gli animatori e tutto il personale che si sarebbe reso necessario. Ecco dunque spiegata questa subitanea diffusione entro tutta l’arcidiocesi dei Comitati Civici. Conseguenza di ciò i Comitati potevano da subito contare su uno strumento organizzativo già ampiamente rodato e su persone di provata fede; d’altronde la loro struttura ricalcava da vicino proprio quella dell’Azione Cattolica che però, come già accennato, non si poteva impegnare direttamente ed ufficialmente nelle attività da subito note come «civiche». E se l’alterità dei Comitati dall’Azione Cattolica era data per scontata si teneva a sottolinearne le distanze anche dalla stessa Democrazia Cristiana. Infatti al punto 2 del verbale della prima riunione del Comitato Civico Diocesano del 17 agosto (15) si ribadiva ufficialmente che il Comitato non era da definirsi un’emanazione diretta o indiretta della DC ma piuttosto un movimento cattolico che comunque appoggiava il partito in occasione appunto delle elezioni con la sua azione di propaganda e sensibilizzazione. In effetti sull’aspetto dei rapporti e delle distinte identità del Comitato e del partito si erano manifestate delle perplessità e delle incertezze iniziali per cui il verbale valse a dissipare ogni dubbio.

Chiariti dunque composizione, appartenenza e legami il Comitato Civico diocesano si mise all’opera, conscio dell’immane compito di recepire e far attuare le direttive provenienti dal Comitato Civico nazionale e di coordinare il lavoro del Comitati locali. Questi si sarebbero da subito impegnati ad applicare le direttive provenienti «dall’alto» e soprattutto a suddividere il territorio parrocchiale in settori (strade, frazioni, fabbriche ecc.) e nuclei (singole case, cascine, reparti di fabbrica ecc.) e ad assicurare l’assistenza agli elettori affinché i certificati da loro ricevuti fossero in ordine. Si nominavano direttamente dei capi-settore e dei capi-nucleo. I primi dovevano censire gli elettori ammalati presenti nel proprio ambito operativo e dovevano raccogliere i dati dei censimenti dei capi-nucleo. A questi spettava il compito di realizzare nella propria area un censimento di quanti all’epoca si erano effettivamente recati alle urne e di quanti non avevano assolto questo diritto-dovere (16). Da parte sua il Comitato diocesano avrebbe garantito l’appoggio ai Comitati locali ascoltandone le esigenze, correggendo questo o quell’aspetto dell’attività, dando suggerimenti e consigli ma soprattutto distribuendo il più copiosamente possibile il prezioso materiale propagandistico proveniente direttamente dal Comitato nazionale, cioè manifesti, volantini, pubblicazioni, circolari. Un’organizzazione così rigida e strutturata da un lato escludeva la possibilità di iniziative autonome ma dall’altro assicurava un continuo scambio di informazioni tra centro e periferia; consentiva una conoscenza capillare, questo era vero soprattutto per i centri più piccoli, degli orientamenti politici e della realtà socio-economica del territorio di competenza; rendeva possibile conoscere, anche se con ovvie riserve, il potenziale bacino elettorale cattolico permettendo anche nel contempo di raggiungere con la propaganda famiglie e singoli elettori ancora indecisi. Il 29 febbraio con una circolare di cui  è pervenuta la bozza su carta velina don Angelo Persig si rivolse ai capi zona, agli incaricati di zona ed ai presbiteri impegnati nei vari Comitati locali lodandone l’impegno con cui si erano messi a disposizione del Comitato diocesano ed esortandoli a proseguire sulla strada già intrapresa. Tuttavia il sacerdote si raccomandava anche di curare particolarmente i rapporti personali tra i responsabili ed i collaboratori dei vari Comitati Civici locali soprattutto con parole di incoraggiamento. Don Persig poneva anche l’accento sull’importanza delle comunicazioni tra la periferia ed il vertice diocesano sia per conoscere la situazione complessiva sia per dare utili suggerimenti o per segnalare eventuali aspetti critici. Al momento il sacerdote si diceva dispiaciuto per non aver potuto visitare i Comitati locali lanciando la proposta di una nuova riunione plenaria a Gorizia da tenersi a breve.

La situazione complessiva iniziale in cui Il Comitato diocesano si trovò ad operare è riassumibile nelle «Osservazioni» inviate all’omologo nazionale il 9 marzo del 1948 (17). Lo scrivente, la sigla apposta in fondo al testo non consente di individuarlo con chiarezza, faceva notare che entro la diocesi goriziana, dopo un approfondito giro di ricognizione ai vari centri abitati la situazione politica non era uniforme. Se infatti in città e nella destra Isonzo, a parte Cormòns, lo schieramento cattolico appariva solido la lettera lamentava come nel Monfalconese e circondario la propaganda avversaria si fosse fatta particolarmente virulenta, difficile da contrastare. Ma un vero e proprio allarme suscitavano Aquileia, Cervignano e relativi decanati. Qui essendo territorio della provincia di Udine già si erano svolti il referendum istituzionale e le elezioni del 1946 in occasione dei quali i risultati delle forze cattoliche erano stati giudicati «molto scadenti (i più bassi di tutto il Veneto)» (18) ad eccezione dei comuni di Aiello del Friuli, San Vito al Torre (senza però la frazione di Crauglio riconosciuta come «rossa») e Visco (19). Di fronte a ciò l’azione dei Comitati locali si dimostrava piuttosto timida ed apatica. Pertanto era ritenuto più che mai necessario che il Comitato nazionale aumentasse l’invio delle copie del settimanale dedicato «L’Ora dell’Azione» ancora più importante ed impellente era l’invio di manifesti coi quali far giungere la propaganda direttamente agli elettori residenti nelle varie località interessate, anche le più piccole. Sarebbe stata così possibile un’azione capillare. Solo due giorni dopo, 11 marzo, il Comitato Civico nazionale rispose (lettera siglata 75/18) con una generica esortazione a vincere la paura e l’apatia ed ad intensificare l’azione propagandistica a fronte però di un aumento dell’invio delle copie del settimanale (20).

Dunque gli obiettivi del Comitato diocesano erano il rafforzamento dello schieramento cattolico nei centri dove già poteva considerarsi maggioranza ed un’azione diretta ad erodere consensi o a ribaltare la situazione a proprio vantaggio nei centri dove lo schieramento avverso era particolarmente forte. Divenne necessario, pur nel rispetto della posizione ufficialmente apolitica del Comitato, cercare una collaborazione, una linea di azione comune, con la Democrazia Cristiana. Questa aveva peraltro costituito presso ogni sua sezione degli appositi comitati col compito precipuo dell'organizzazione della campagna elettorale. Da un lato erano di esclusivo appannaggio del partito i comizi, le affissioni di manifesti, la stampa di materiale propagandistico, gli interventi sulla stampa locale, l’esame delle liste elettorali, la nomina degli scrutatori, le previsioni sulle intenzioni di voto e lo studio delle località più o meno schierate a proprio favore. Erano invece di competenza del Comitato Civico diocesano attività connesse alla sensibilizzazione diretta delle coscienze. Furono così messi in atto appelli a votare conformemente ai dettami della Chiesa; furono organizzate conferenze entro l'arcidiocesi; si prese parte a comizi del Fronte Popolare provocando il contraddittorio; si mise in piedi una meticolosa raccolta di informazioni sull'orientamento degli elettori e sulle strategie dei partiti concorrenti; furono diffusi stampa, manifesti, volantini e striscioni coi richiami a «votare tutti, votare bene, votare per chi merita». A proposito dei manifesti si deve notare che su di essi non appariva mai il contrassegno della Democrazia Cristiana ma soltanto immagini allegoriche e slogans evocativi. Mano a mano che si avvicinava la fatidica data del 18 aprile l’impegno del Comitato Civico diocesano e dei Comitati locali si fece particolarmente intenso. Il 2 aprile mons. Giusto Soranzo si rivolse alle comunità religiose arcidiocesane esortandole a dare «un generoso aiuto spirituale, fatto di preghiera, di sacrificio e di ogni prestazione possa venire richiesta per il trionfo del bene» (21). Lo stesso mons. Soranzo in una circolare del 7 aprile ai presidenti dei Comitati locali li incitava a «mettercela tutta perché all’ultimo momento qualche avversario con astuzia ed inganno non ci porti via il frutto del nostro lavoro», questo a fronte di una propaganda avversaria fortissima, agguerrita e ben condotta. Comunque si intravvedeva qualche spiraglio favorevole. Sempre nella circolare il presidente del Comitato diocesano sottolineava come fosse di estrema importanza procedere a serrate riunioni (anche più di una alla settimana) dei Comitati locali; contattare direttamente e personalmente gli elettori visitandoli casa per casa soprattutto per convincere gli indecisi; adoperarsi per la regolarità di ciascun certificato elettorale; curare la disponibilità di mezzi per il trasporto degli elettori malati ai seggi; distribuire facsimili di schede elettorali per evitare equivoci sul partito da votare e sulle varie preferenze da esprimere; prestare assieme ai rappresentanti di lista DC la massima vigilanza ai seggi durante le operazioni di voto (22). Nel contempo continuavano più fitte che mai la distribuzione di volantini e l’affissione di manifesti divenute ormai quotidiane e capillari ed attuate da squadre composte da attivisti civici e militanti democristiani. Alla vigilia del fatidico appuntamento del 18 aprile e nei due giorni di votazione presso ogni sezione elettorale fu cura dei Comitati locali costituire un apposito «ufficio scrutini» onde controllare l’affluenza alle urne dei singoli elettori e verificare, liste alla mano, chi avesse votato e chi no affinché i ritardatari fossero esortati a recarsi quanto prima al seggio per esprimere il voto. I Giovani Esploratori Cattolici avevano il compito di mantenere i contatti tra l’«ufficio» ed il Comitato locale, questo a sua volta in perenne contatto con il Comitato diocesano.

L’ultimo sforzo vide accomunati i «civici» ed i rappresentanti di lista democristiani al momento dello spoglio delle schede votate e del conteggio finale dei voti.  Gli sforzi e l’impegno del Comitato diocesano e dei Comitati locali furono ampiamente premiati dai risultati conseguiti dalla Democrazia Cristiana con il 48% dei voti complessivi tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica contro il 31% del Fronte Popolare. A Gorizia lo scudo crociato si era imposto con percentuali analoghe e alla Camera fu eletto l'avvocato Silvano Baresi (23) mentre divennero senatori Michele Gortani, Tiziano Tessitori e Gaetano Pietra (24).

Nella relazione finale sul lavoro svolto dal Comitato diocesano, a firma del segretario don Angelo Persig, e dalle accluse relazioni dei Comitati locali emerge un quadro complessivo molto positivo anche se non mancarono incomprensioni e lacune.

Da segnalare il grosso impegno e lo zelo profusi da tutti gli attivisti; il buon coordinamento a livello locale tra ecclesiastici e laici; la forte ed attivissima presenza delle iscritte all’Unione Donne di Azione Cattolica ed alla Gioventù Femminile diocesane; l’entusiasmo dimostrato dai giovani cattolici nello svolgere la propaganda, l’affissione di manifesti, il trasporto di materiale anche riservato da Gorizia ai singoli paesi. A proposito della partecipazione femminile si deve innanzitutto segnalare la lettera ufficiale di ringraziamento che lo stesso arcivescovo mons. Margotti, assieme a mons. Soranzo, rivolse alla Gioventù Femminile diocesana (25).

In secondo luogo si ricorda che il Comitato Civico locale di Mariano del Friuli, ritenuta zona difficile, era composto di sole donne e queste erano in gran maggioranza anche entro il Comitato locale di Turriaco.

Inoltre presso le associazioni parrocchiali di Azione Cattolica di Monfalcone si tenne già nel gennaio del 1948, ben prima dunque della partenza del Comitato Civico diocesano, un corso di sociologia riservato alle iscritte alla Gioventù Femminile con il quale si intendeva preparare le giovani all’impegno propagandistico ed organizzativo in vista delle imminenti elezioni (26). I risultati migliori furono ottenuti nei centri facenti parte dei decanati di Cormòns e Gradisca. A Ronchi, Fogliano, Cervignano ed in alcuni comuni circonvicini i Comitati locali riuscirono ad andare oltre le aspettative facendo cogliere allo schieramento cattolico risultati soddisfacenti. Invece nei comuni di Turriaco, Pieris, San Canzian d’Isonzo, Fiumicello e frazioni, Aquileia, Villa Vicentina, Terzo di Aquileia le sinistre conquistarono la maggioranza.

Particolarmente interessante dal punto di vista della ricostruzione delle vicende relative risulta la cartella contenente la documentazione sul Comitato Civico locale di Cormòns, contenente documentazione completa e dettagliata (27). Il Comitato avendo come referente il vicario cooperatore della parrocchia arcipretale e decanale di Sant’Adalberto, don Marino Giusto Di Benedetto, si costituì con un certo ritardo in una zona molto vasta (capoluogo e frazioni di Brazzano, Borgnano, Angoris, Monticello e Medea), abitata da qualche migliaio di anime, e percorsa da molti attivisti del Fronte Popolare. Come faceva notare don Angelo Persig, scrivendo al Comitato Civico nazionale, tra le altre cose «la zona è molto rossa» inoltre «i nostri avversari hanno gettato nella lotta molti milioni mentre le nostre finanze sono ridottissime»; don Persig richiedeva così l’invio di più materiale propagandistico da distribuire a Cormòns (28). Ad ogni modo il neonato Comitato ebbe come presidente Ubaldo Nadale, alla testa di una ventina di persone che si riunivano almeno una volta alla settimana per discutere le direttive su cui impostare il lavoro; le riunioni aumentarono di frequenza fino a divenire quasi quotidiane nell’imminenza del voto. Aleggiava comunque un certo scetticismo viste la virulenza della propaganda avversaria ed una certa «guerra di manifesti». Quelli attaccati dal Comitato Civico locale e dalla sezione della DC venivano sistematicamente strappati dagli appartenenti al Fronte Popolare e viceversa. Ad un certo punto il Comitato adottò una nuova tattica consistente nell’attaccare ai piedi dei manifesti avversari delle ironiche filastrocche per dileggiare l’avversario (fig.3). Ad ogni modo la propaganda del Comitato locale di Cormòns sortì gli effetti sperati: la Democrazia Cristiana divenne primo partito raccogliendo il 49,5% dei consensi tra gli elettori della Camera dei Deputati ed il 51,9% tra quelli del Senato della Repubblica.

Da notare anche che, come scrisse nella sua lettera riservata al Comitato Civico nazionale del 2 marzo, don Persig segnalò la situazione critica tra i soldati del presidio militare di Cormòns tra i quali, come pareva, alcuni degli ufficiali svolgevano attiva propaganda per il Fronte popolare. Pertanto don Persig richiedeva al Comitato Civico nazionale di intervenire presso l’Ordinariato militare affinché fosse rimosso il cappellano militare, ritenuto non adatto alle circostanze, e sostituito con altro sacerdote (29).

Gli ottimi risultati conseguiti ed il plauso di Luigi Gedda inviato a tutti i Comitati diocesani d’Italia con una circolare riservata del 12 maggio (30) non fecero però perdere di vista gli scopi per cui il Comitato Civico era stato costituito. Durante l’estate si fece nuovamente il punto della situazione analizzando quanto accaduto e preparando future strategie. Comunque già il 7 luglio mons. Margotti indirizzò una lettera al Comitato Civico invitandolo a non smobilitare ed anzi a prepararsi per la prossima, impegnativa e non meno significativa, consultazione elettorale: quella amministrativa in programma inizialmente per il 5 settembre poi rinviata al 31 ottobre (31). In quell’occasione si trattava di «conquistare» il comune di Gorizia dopo gli anni tragici della guerra e quelli difficili e ricchi di incognite del Governo Militare Alleato.

Allora quando ormai l’anno 1948 volgeva al termine il Comitato Civico diocesano ed i Comitati locali rientrarono in azione con le stesse metodologie viste per le elezioni politiche. Così a Gorizia la Democrazia Cristiana si confermò, con amplissimo margine di vantaggio, primo partito della città seppure con una certa flessione: infatti i 10.302 voti conseguiti sono alquanto lontani dai 16.954 totalizzati alle elezioni politiche. Omnibus computatis l’idea di Luigi Gedda raccolta a livello locale si era rivelata vincente in un contesto particolarmente difficile e delicato come il Goriziano del 1948 consentendo la maggioranza politica alla Democrazia Cristiana ed inaugurando così una lunga fase di ricostruzione prima e di stabilità poi.

 


NOTE

1. La tesi è poi confluita nel saggio L’Azione Cattolica goriziana nel dopoguerra (dal 1945 al Concilio) in I Cattolici isontini nel XX secolo. V. Il secondo dopoguerra (1947 – 1962) a cura di I. Portelli, Gorizia 2020, pp. 193 – 209.

2. Il materiale da cui è stato tratto il testo dell’articolo è reperibile entro Archivio Storico dell’Azione Cattolica Goriziana (d’ora in poi ASACG), serie Comitato Civico, busta Comitato Civico Zonale = Locale 1948 – 1952, fascicolo Comitato Civico Zonale 1948. Un piccolo ma ben strutturato registro di protocollo, coevo, consente di muoversi con relativa facilità tra le carte. Alla detta si aggiunge anche la busta Comitato Civico vari atti con il fascicolo Comitato Civico Zonale Gorizia. Riservate vari anni.

3. http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1998/04/07/Cultura/1948-GEDDA-I-COMITATI-CIVI-CI-UNA-DISPOSIZIONE-DI-PIO-XII_151400.php.

4. Per un primo inquadramento dei Comitati Civici cfr. L. CIVARDI, Compendio di storia dell'Azione Cattolica Italiana, Roma, 1956, pp. 263 - 265 nonché R.P. Violi, L'Azione Cattolica Italiana nel secondo dopoguerra in Storia del movimento cattolico in Italia, vol. VI, I cattolici e la società italiana negli ultimi trent'anni, Roma 1981, pp. 54 - 69 ed infine A. PARISELLA, Mondo cattolico e Democrazia Cristiana, ibidem, pp. 170 - 175.

5. Cfr. Dattiloscritto «Relazione del lavoro svolto dai Comitati Civici» a firma del segretario don Angelo Persig in fascicolo Comitato Civico Zonale 1948.

6. Gli anni della ripresa dopo il disastro bellico e dell’aspra contesa politica nel Goriziano coincisero con l’ultima fase dell’episcopato di mons. Carlo Margotti. A tal proposito si rinvia a M. Plesnicar, Gli ultimi anni dell’episcopato di mons. Carlo Margotti in I Cattolici isontini nel XX secolo. V. Il secondo dopoguerra (1947 –1962), cit., pp. 75 – 86.

7. Per un profilo biografico di mons. Guglielmo Biasutti cfr. S. Piussi, Biasutti Guglielmo, sacerdote e studioso, in Nuovo Liruti, cit, vol. 3, L'età contemporanea Abe - Cio, pp. 448 – 452.

8. Nel dicembre del 1946, tre mesi dopo una Settimana Mariana, particolarmente intensa ed incentrata sulla grandezza di Maria e sulla sua missione in rapporto alla vita cristiana, tenutasi a Udine presso il Santuario delle Grazie, mons. Guglielmo Biasutti, con l'appoggio dell'arcivescovo ed assieme a mons. Luigi Ganis ed al gruppo dei sacerdoti «Missionari della Madonna», organizzò la traslazione temporanea della Madonna del Santuario di Castelmonte dalla sua sede originaria al duomo di Gemona, dove rimase qualche tempo. Lungo il tragitto di andata e ritorno tra le due località l'immagine fu omaggiata da ali di folla orante; si contarono anche numerose conversioni. L'intento del sacerdote era quello di richiamare alla fede il popolo friulano e di proporre un forte messaggio di pace e riconciliazione dopo gli orrori della guerra appena conclusa. Il successo dell'iniziativa indusse mons. Biasutti ad ordinare un'immagine mariana modellata su quella di Castelmonte, cui fu ufficialmente attribuita la denominazione ufficiale di Madonna Missionaria. Fu un nuovo pellegrinaggio che collegò i più importanti santuari mariani della Penisola. Con l'immagine viaggiarono mons. Biasutti ed un grup-po di 25 fedeli particolarmente pii. Raggiunto il Vaticano il gruppo, in udienza dal pontefice l'11 febbraio del 1947, ottenne l'approvazione del pellegrinaggio e la benedizione papale. Rientrati in Friuli mons. Biasutti ed i suoi intrapresero ancora un viaggio attraverso l'arcidiocesi. In ogni chiesa la Madonna Missionaria fu ospitata per un giorno ed una notte affinché i fedeli potessero adorarla. Tappa definitiva del lungo viaggio fu il Castello dei conti Valentinis di Tricesimo dove la Madonna Missionaria giunse accolta da una solenne cerimonia il 1°maggio 1949. Nel 1953 si portò compimento l’annesso Santuario mariano, meta di folte schiere di pellegrini cfr. L. Olivo, Archivio Storico dell’Azione Cattolica udinese. Inventario, introduzione storica.

9. L. Olivo, Archivio Storico dell’Azione Cattolica udinese. Inventario, serie Comitato Civico, introduzione.

10. Cfr. Circolare senza data del Comitato Civico Nazionale e dattiloscritto «Relazione del lavoro svolto dai Comitati Civici» a firma di don Angelo Persig in fascicolo Comitato Civico Zonale 1948.

11. Una breve biografia di mons. Angelo Persig (1920 – 2019) è disponibile presso https://www.voceisontina. eu/Chiesa/Don-Angelo-sono-il-figlio-del-fabbro-di-Lucinico.

12. Fascicolo Comitato Civico Zonale 1948.

13. NdA.

14. Sulla figura di Alma Celdini cfr. M.S. Novelli (a cura di), Il volto femminile dell’Azione Cattolica nella dio-cesi di Gorizia nei suoi primi cento anni, Gorizia 2021, pp. 38 – 39.

15. Cfr. Dattiloscritto «I Riunione Comitato Civico Diocesano» in fascicolo Comitato Civico Zonale 1948.

16. Circolare senza data del Comitato Civico Nazionale in fasc. Comitato Civico Zonale 1948.

17. Lettera protocollata 61/18 in fascicolo Comitato Civico Zonale 1948.

18. Entro le carte del Comitato Civico diocesano udinese non ci sono evidenze di un impegno diretto del Comitato Elettorale Cattolico di mons. Biasutti in questi comuni per le elezioni del 1946 anche se naturalmente la situazione era seguita da molto vicino di concerto con il Comitato Provinciale della Democrazia Cristiana udinese. NdA.

19. Sulla situazione politica nella zona cfr. F. Tassin, Il ‘48 nella Bassa cervignanese, in I Cattolici isontini nel XX secolo. V. Il secondo dopoguerra (1947 – 1962), cit., pp. 139 – 143.

20. Fascicolo Comitato Civico Zonale 1948, lettera protocollata 75/18.

21. La minuta della lettera di mons. Soranzo si trova in fascicolo Comitato Civico Zonale 1948.

22. La minuta della circolare di mons. Soranzo si trova ibidem.

23. L'on. Silvano Baresi (1914 – 1991), avvocato, divenne in seguito sottosegretario alla difesa nel VII go-verno guidato da Alcide De Gasperi (luglio 1951 – luglio 1953). Rieletto nella II legislatura (1953 – 1958) fu segretario della Commissione speciale per l'esame del disegno di legge costituzionale n. 1942: «facoltà di istituire, con legge ordinaria, giudici speciali in materia tributaria» e del disegno di legge n. 1944: «riforma del contenzioso tributari». Inoltre fu autore di ben 19 disegni di legge.
Cfr. http://storia.camera.it/deputato/silvano-baresi-19140325. 21.

24. Cfr. http://www.senato.it/leg/01/BGT/Schede/Attsen/Regioni/06.html.

25. ASACG, serie Federazione Gioventù Femminile Cattolica Diocesana di Gorizia, sottoserie Atti e documenti, busta Corrispondenza varia G(ioventù) F(emminile) 1944 – 1948, fascicolo n. ro 5 Corrisp(ondenza) circol(ari) varie G(ioventù) F(emminile) 1947 = 48.

26. ASACG, serie Comitato Civico, busta Comitato Civico Zonale = Locale 1948 – 1952, fascicolo Comitato Civico Zonale 1948, cartella n.r o 10 Monfalcone.

27. ASACG, serie Comitato Civico, busta Comitato Civico Zonale = Locale 1948 – 1952, fascicolo Comitato Civico Zonale 1948, cartella n.r o 3 Cormòns.

28. Lettera di don Angelo Persig al Comitato Civico nazionale del 2 marzo 1948 in ASACG,  busta Comitato Civico Zonale = Locale 1948 – 1952, fascicolo Comitato Civico Zonale 1948.

29. Ibidem.

30. ASACG, serie Comitato Civico, busta Comitato Civico Vari atti, fascicolo Atti vari.

31. Per i dettagli di questa consultazione (temperie politica, partiti in lizza, risultati finali e commenti) si rinvia a L. Olivo, 1948. Le elezioni amministrative a Gorizia. Dall'Archivio storico della Democrazia Cristiana, in Borc San Roc, n. 30, Gorizia, 2018.

 


 

FIGURE

Fig.1 - Relazione del lavoro svolto dai Comitati Civici citata in nota.

 

Fig.2 - Alcuni esemplari di volantini diffusi a cura del Comitato Civico diocesano.

 

Fig.3 - Testo di una filastrocca fatta affiggere dal Comitato Civico locale di Cormòns sotto i propri manifesti stracciati o sotto quelli del Fronte Popolare.